Tremonti: «Londra per contare di più ha scelto l’Asia e non la Ue»

Un voto di ribellione all’Europa che sceglie anche il colore del basilico con cui preparare un piatto di pasta. E allo steso tempo, per Londra, una precisa scelta del campo finanziario, quello che oggi governa l’economia e spesso, purtroppo, la politica, in cui giocare sullo scacchiere globale: l’Asia invece del Vecchio Continente. Giulio Tremonti aveva in qualche modo anticipato l’analisi sulle conseguenze del referendum britannico nell’ultimo libro «Mundus furiosus. Il riscatto degli Stati e la fine dell’incertezza». Riflessione non ortodossa – come spesso accade all’ex ministro dell’Economia, oggi professore universitario e membro del Senato della Repubblica nella Commissione Affari Esteri – sugli scenari geopolitici presenti e futuri. Senza rinunciare a una proposta forte per riformare l’Unione europea: la strada della Confederazione fra Stati che recuperi appieno lo spirito originario della sussidiarietà.

Per l’Europa è suonata la sveglia, dunque. Ora salta tutto? L’Unione europea, cioè, come più di un autorevole osservatore teme, è destinata a disgregarsi sotto i colpi di spinte autonomistiche quasi sempre di carattere populistico?
Dipende da noi. Da noi europei, intendo. È stato nel potere e nella sorte del popolo britannico esprimersi per l’uscita. E suonare la sveglia. L’incidente del futuro che si è consumato l’altra notte può essere la fine dell’Europa, certo, ma anche un nuovo inizio.

Che passa attraverso un «riscatto degli Stati»?
Abbiamo tre scenari geopolitici davanti. Il primo: continuare con l’assetto attuale che in buona sostanza è stato disegnati dagli “illuminati” dopo il crollo del muro di Berlino. Uno assetto in cui c’è una “Unione sopra gli Stati” che ha provato a rivolgersi direttamente ai cittadini, finendo per imporre loro direttamente regole e comportamenti. In questo modo ha finito per provocare una crisi di rigetto di cui il voto sulla Brexit ne è la rappresentazione plastica.

Così, quindi, non si può continuare.
Questa esperienza quasi ventennale è naufragata: in dis-unione e governo della tecnocrazia che ha schiacciato le democrazia. Questo modello d’Europa ha evidentemente fallito.

La seconda possibilità?
Il ritorno degli Stati isolati. Che tornerebbero a essere padroni del loro passato, ma non potrebbe essere parte né del presente né del futuro.

Perché?
Perché sarebbero travolti dalle forze della globalizzazione. Quelle che non c’erano vent’anni fa. Isoloato, cioè, uno Stato europeo non acquisterebbe sovranità, ma dipendenza da poteri a mio modo di vedere ben più terribili di quello che sin qui ha rappresentato la Commissione europea.

Che poteri?
Le forze sovra-nazionali della globalizzazione, anzitutto. La World Trade Organization nasce nel 1994. Prima, il monopolio del potere mondiale era ancora concentrato e stabilizzato nel G7, un blocco unificato da tre codici dominanti: un codice politico, la democrazioa occidentale, un codice economico, il dollaro, e un codice l’inguistico, l’inglese. Poi, a modificare gli assetti, sono subentrate l’accelerazione digitale e soprattutto una finanza così potente da essere in grado di abrogare la “Rule of Law”, lasciando le democrazie a occuparsi solo di de minimis e delle quisquiglie. Per inciso, ritengo che questi poteri siano alla base di quel «colpo di Stato morbido» delle tecnocrazie, per dirla alla Habermas, che ha interessato l’Italia nel 2011.

C’è una terza strada che possa lasciare qualche speranza?
La soluzione per un rilanciodell’Europa è una confederazione tra Stati che mettano in comune le cose importanti anziché occuparsi delle dimensioni degli ascensori. Un accordo tra gli Stati nel senso di articoli di Confederazione che mettono insieme l’essenziale, la difesa, la gestione delle migrazioni, e non mettono insieme ciò che non ha senso mettere insieme.

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