Cuneo: in biblioteca la conferenza incentrata dalla Brexit

Giovedì 15 dicembre scorso si è svolta, presso il salone della Biblioteca civica di Cuneo, la conferenza  sulla Brexit, organizzata e diretta da Michele Girardo, segretario della sezione MFE “Luigi Einaudi” di Cuneo. L’incontro, ampio nella sua articolazione e denso di contenuti,  ha polarizzato l’attenzione della platea su uno dei fatti più eclatanti dell’anno in corso, facente capo al gran rifiuto del Regno Unito.

I lavori sono stati introdotti dall’intervento di Michele Girardo, che ha illustrato le ragioni dell’incontro con un ventaglio di argomentazioni che hanno, tra l’altro, posto l’accento sull’interlocutorio rapporto dell’Inghilterra con gli stati del continente europeo.

Un rapporto che nel corso della storia moderna e contemporanea si è sviluppato secondo un variegato dinamismo: di belligeranza prima, come ai tempi della Guerra dei Cent’anni, di costruttiva interazione e collaborazione poi, in particolare a fronte dell’energica e vincente reazione inglese agli imperialismi di matrice continentale. Ha richiamato in merito l’efficace opposizione britannica al dispotismo napoleonico, tradottasi nelle vittorie di Abukir (1798) e di Trafalgàr (1805), nonché nell’attivazione delle varie coalizioni antifrancesi. Più rilevante ancora, ha quindi precisato, fu il contenimento del militarismo nazista, in quanto unico stato capace di resistere all’espansionismo hitleriano, a cominciare dalla “battaglia d’Inghilterra” dell’estate 1940, conclusasi con un totale fallimento del tentativo tedesco di invadere l’Isola.

Nel corso dell’introduzione, si è pure fatto riferimento alla matrice inglese del costituzionalismo europeo, attraverso una significativa ricognizione dei Quattro Ottantanove. Sono quattro simboliche annualità, identiche nelle loro cifre terminali, ma appartenenti a secoli diversi.

Il 1689, anno della seconda e gloriosa rivoluzione inglese, culminata nella proclamazione del Bill of Rights, con cui i sovrani Guglielmo d’Orange e Maria Stuart riconoscevano le prerogative del Parlamento e i limiti posti al potere monarchico. Di qui l’avvio del parlamentarismo britannico, prezioso antecedente storico della successiva evoluzione politica e istituzionale nel Vecchio e nel Nuovo Mondo.

Il 1789, che sanzionò, in Francia, la fine dell’ancien régime, sciogliendo un autentico inno nei confronti di tre fondamentali princìpi, intitolati alla libertà, all’uguaglianza e alla fraternità. Seguì, all’altezza del diciannovesimo secolo, il 1889, anno di fondazione della seconda Internazionale, istituzionalmente indirizzata alla promozione della pace.

È la volta, infine, del 1989, anno fatidico, simbolicamente legato alla caduta del Muro di Berlino e promotore dell’esplosione prima e dell’implosione poi dell’impero sovietico, dunque latore della libertà per popoli e stati da decenni “rapiti” dal dispotismo moscovita. Si tratta di quattro annualità che sottendono un denominatore comune, facente capo, direttamente o indirettamente, ai valori che stanno alla base del processo di integrazione europea.

L’incontro è proseguito con l’intervento di Paolo Caraffini, professore dell’Università degli Studi di Torino, che ha affrontato con dovizia di particolari e con un taglio, ad un tempo, sincronico e diacronico, la seguente tematica: “Vicina e lontana: la Gran Bretagna e il complesso rapporto con la Comunità/Unione europea, dal secondo dopoguerra alla Brexit”.

La relazione, avente come focus l’esito del referendum del 23 giugno scorso, ha preso in esame non solo gli eventi più recenti, ma ha esaminato, sotto il profilo storico, il rapporto spesso difficile del Regno Unito con le istituzioni comunitarie e con i Paesi e i governi più favorevoli a uno sviluppo in senso sovranazionale e, in prospettiva, federale dell’Unione. La Gran Bretagna, ha sottolineato il Professore, aveva visto nascere, negli anni immediatamente precedenti il secondo conflitto mondiale, iniziative importanti, come il movimento Federal Union, a cui occorre aggiungere, nei giorni del crollo della Francia (giugno 1940), dinanzi all’avanzata delle truppe tedesche, la proposta del premier Winston Churchill al governo francese di unione franco-britannica, poi non accolta da una Francia ormai prossima all’armistizio.

Nel secondo dopoguerra, il Regno Unito aveva sostenuto forme di cooperazione intergovernativa tra gli Stati europei, ma non faceva parte dei fondatori della prima Comunità, quella carbo-siderurgica (CECA), non aveva aderito al progetto di Comunità europea di difesa (CED), poi respinto dall’Assemblea nazionale francese il 30 agosto 1954, non aveva firmato i Trattati di Roma del marzo 1957, istitutivi della Comunità economica europea (CEE) e dell’Euratom.

Negli anni Sessanta, tuttavia, dopo aver dato vita alla European Free Trade Association (EFTA), si registrò la sua decisione di presentare richiesta di adesione alle Comunità in ben due occasioni, nel 1961 e nel 1967, respinte però dalla Francia gollista.Nel 1973, ha ricordato il relatore, la Gran Bretagna entrò nella Comunità, assumendo spesso una posizione di resistenza rispetto agli sviluppi integrativi in senso sovranazionale.

Nonostante l’esito positivo del referendum del 5 giugno 1975, che manifestò la volontà di oltre due terzi dell’elettorato del Regno Unito di confermare la membership comunitaria, una parte consistente della classe politica e dell’opinione pubblica britannica ha continuato a guardare con distacco, con freddezza e, talvolta, con ostilità alle istituzioni dell’Unione europea, viste come pericolose per la salvaguardia della sovranità del Regno Unito su competenze giudicate essenziali, come dimostrato, tra l’altro, dai bassi tassi di partecipazione alle elezioni europee fin dal 1979, dalla scelta dell’opting out rispetto alla moneta unica, fino al pronunciamento popolare del giugno scorso.

Su quest’ultimo argomento, il Professore ha sviluppato un’ampia analisi, con ricognizioni dettagliate sui dinamismi relativi alla campagna referendaria, sui fautori del Leave e del Remain, sul ruolo della stampa britannica, sugli esiti elettorali nelle quattro nazioni del Regno, sul ricorso all’Alta Corte, sull’art. 50 del Trattato di Lisbona e sulle possibili prospettive.

Di qui la riflessione finale in merito alla Gran Bretagna. Certamente “vicina” all’Europa, non solo geograficamente, ma per i profondi legami, economici, culturali e politici. Nel contempo, “lontana”, per il tradizionale senso di alterità rispetto al resto del continente, non auspicando forme di collaborazione che vadano oltre un mercato aperto e la tradizionale cooperazione intergovernativa tra Stati sovrani.

c.s.

Leave a Reply