Brexit, il piano segreto Londra vuole il divorzio dalla Ue già a gennaio

Prima piuttosto che dopo. E senza escludere un «atterraggio duro». E’ lo scenario che si va delineando per i negoziati sulla Brexit fra Londra e l’Unione europea. O perlomeno è quanto cominciano a prefigurare all’interno del governo britannico.

Quello che sembra avere più fretta di tutti è Boris Johnson, il ministro degli Esteri che è stato l’alfiere della campagna per il Leave, ossia l’uscita dalla Ue: fosse per lui, il governo di Sua Maestà dovrebbe lanciare l’articolo 50, ossia la procedura formale di distacco, già dal prossimo gennaio. La posizione della premier Theresa May è più sfumata, ma fonti di Downing Street confermano che il colpo d’avvio sarà dato non più tardi dei primi mesi del 2017. Sembrano quindi essere stati accantonati gli inviti alla cautela arrivati da più parti: il think tank Open Europe aveva argomentato di recente che il governo di Londra avrebbe prima dovuto fare chiarezza sul tipo di Brexit perseguita, rimandando l’avvio della procedura a dopo le elezioni francesi della primavera 2017 o addirittura dopo quelle tedesche di settembre.

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Theresa May, primo ministro

Ma evidentemente Theresa May non può permettersi di subire pressioni interne dal suo partito, mentre sul versante economico i managing director della City fanno notare che il mini-boom post Brexit dei consumi e delle esportazioni è solo un effetto a breve termine: il prolungarsi dell’incertezza politica non farebbe che nuocere alle prospettive di crescita, resuscitando lo spettro della recessione. Ma quale forma prenderà alla fine la relazione fra la Gran Bretagna e l’Unione? L’idea nella testa di Boris Johnson sembra essere una specie di «opzione zero», una nuova partnership europea basata sui principi base del libero commercio: zero dazi e tariffe e spazio alla cooperazione intergovernativa. Una soluzione verosimilmente affidata alle regole del Wto, l’Organizzazione del commercio mondiale, piuttosto che a uno specifico trattato. Lo scenario del ministro degli Esteri è di stampo churchilliano (non per nulla Boris è un biografo di Sir Winston): un’Europa forte ma rispetto alla quale Londra collabora dall’esterno, in una posizione di indipendenza e apertura al resto del mondo.

E’ lo scenario della «hard Brexit». Rispetto al quale, però, la posizione europea è altrettanto ferma. Il Financial Times ha riferito che Bruxelles ha respinto con decisione i tentativi britannici di sondare preliminarmente i termini possibili di un accordo, in particolare sulla questione chiave che vede Londra puntare a riprendere il controllo delle frontiere e dell’immigrazione dall’Europa pur mantenendo l’accesso al mercato unico. Il mantra europeo è che sulla libertà di movimento non si può transigere e anche il governo italiano, ai suoi massimi livelli, sulla questione è fermissimo: i britannici si illudono se pensano di poter mantenere la libertà di commercio e al tempo stesso bloccare le persone ai confini.

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Immigrazione

Ma chi deciderà a Londra la strategia da perseguire? Theresa May ha spacchettato in tre il portafoglio della Brexit, affiancando al ministero degli Esteri di Boris Johnson quello per il Commercio internazionale, affidato a Liam Fox, e quello specifico per l’uscita dalla Ue, nelle mani di David Davis. I Tre Brexitieri, come sono stati soprannominati, hanno subito cominciato a beccarsi fra di loro, dando la sensazione che le decisioni vere siano nelle mani della premier e del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond. In parte è così, ma sarebbe sbagliato sottovalutare il ruolo di Boris Johnson. Lui è più che il cheerleader della Brexit, che va in giro a fare discorsi e stringere mani. «BoJo» è un politico che sta giocando la sua partita e sa che se conduce in porto la sfida della Brexit molte strade possono riaprirsi. Anche gli uomini di Downing Street ammettono che il ministro degli Esteri non ha probabilmente rinunciato a sognare la premiership, anche se ritengono che la sua occasione sia alle spalle. Altri, fuori dalla cerchia governativa, pensano invece che Boris abbia ancora delle carte da giocare per succedere un giorno a Theresa May.

La quale, secondo gli osservatori più attenti di cose britanniche, potrebbe essere meno solida di quel che sembra. Al momento gode di una luna di miele col suo partito, ma il suo sostegno nei ranghi conservatori non sarebbe così granitico. Anche la sua mossa principale sul fronte interno, quella di riaprire il dossier delle grammar schools, le scuole statali selettive bloccate da decenni, andrebbe letta come un tentativo di consolidarsi ingraziandosi la base tory. Alla fine le fattezze che assumerà la Brexit potrebbero dipendere dalle oscillazioni di politica interna a Londra: d’altra parte, la stessa decisione di indire il referendum da parte di David Cameron aveva obbedito principalmente a considerazioni domestiche. Come che sia, la surplace estiva sta per finire. Prepariamoci.

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