Brexit, i rischi per l'Italia e gli italiani

Londra, 21 giugno 2016 – Da Renzi al ministro Padoan, dall’ex premier Prodi fino a Bankitalia, pare che per l’Italia la Brexit avrebbe effetti meno tragici che altrove. Eppure, al netto degli ultimi rimbalzi, Piazza Affari per giorni ha perso più di Londra. Cosa accadrebbe? 

RISCHI PER L’ECONOMIA – Italia e Austria sono tra i Paesi Ue meno vulnerabili a un’eventuale uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, in base a uno studio dell’agenzia di rating statunitense Standard & Poor’s, che indica invece Irlanda, Malta, Lussemburgo e Cipro come i Paesi più vulnerabili. Lo studio, intitolato ‘Chi ha più da perdere dalla Brexit?’ introduce un indice di esposizione all’uscita di Londra, il Brexit Sensitivity Index, basato su fattori come esportazioni di beni e servizi verso il Regno Unito in relazione al Pil nazionale, flussi bidirezionali di emigrazione, crediti del settore finanziario su controparti britanniche e investimenti stranieri diretti nel Regno Unito.  
Sulla base di tale metodologia Standard & Poor’s ha stilato una lista dei 20 Paesi più esposti alla Brexit, nella quale Italia e Austria sono agli ultimi due posti. «L’Irlanda e altri piccoli centri finanziari aperti guidano la lista degli Stati vulnerabili; dei 20 Paesi più esposti solo due, Canada e Svizzera, non sono membri Ue e solo uno, il Canada, non è europeo», ha commentato Frank Gill, analista creditizio di S&P. Non sorprende che l’Irlanda sia di gran lunga il Paese a maggior rischio in caso di Brexit: la storia condivisa e il confine comune con il Regno Unito danno luogo a vigorosi scambi in merci e servizi e a sostanziali flussi migratori tra i due Paesi. Seguono nella graduatoria dei Paesi più esposti centri finanziari piccoli ma con storici legami con Londra, come Malta, Lussemburgo e Cipro. Fra le grandi economie del continente, la più esposta sarebbe la Spagna, all’ottavo posto, seguita dalla Francia all’unidcesimo e dalla Germania al dodicesimo. L’Italia resta in fondo alla classifica, al 19mo posto.

FINANZA – La Brexit è considerata la ‘madre di tutte le incertezze’ per i mercati. Eric Chaney, capo della strategia d’investimento di Axa, l’ha definita l’evento politico «con il maggior potenziale di destabilizzazione dell’economia e dei mercati finanziari». Il voto del 23 giugno avrà un forte impatto su tutto il Vecchio Continente, in particolare sui Paesi periferici, come l’Italia. Andrea Delitala, capo della strategia d’investimento di Pictet Asset Management, vede rischi anche per i nostri titoli di Stato: «In caso di Brexit, lo spread rispetto al Bund tedesco è destinato ad ampliarsi fino a 250 punti base». Un voto britannico favorevole all’uscita dalla Ue ridarebbe forza alle scommesse speculative sulla tenuta dell’Unione e dell’euro. Gli effetti dell’incertezza si vedono già sulla Borsa italiana, che continua a perdere terreno; le tensioni sui mercati non solo stanno affossando i traballanti cenni di ripresina, ma non stanno facendo nulla di buono al debito pubblico, che si prospetta in inesorabile aumento.  
L’andamento attuale dello spread con il Bund, che si aggira sui 150 punti, è falsato dalla politica monetaria della Bce, che ha deciso di usare il ‘bazooka’ per combattere la deflazione, fissando interessi negativi sui depositi e acquistando ogni mese titoli di debito pubblico per decine di miliardi di euro. Ma se il voto andrà male, non ci sarà paracadute che tenga. Il rischio si vede anche dal tracollo dei titoli bancari: l’indice azionario del comparto ha lasciato sul terreno oltre il 49% dall’inizio dell’anno, contro la perdita di appena il 20% dell’indice bancario britannico e il 29% circa di quello tedesco. Dallo stato di salute dei titoli bancari emerge lo stato di salute dei conti pubblici italiani, che potranno subire danni ingenti in caso di Brexit.

SCAMBI COMMERCIALI – L’Italia ha scambi economici ben consolidati con il Regno Unito e se i fautori della Brexit dovessero prevalere, bisognerà riconsiderare tutti i parametri che hanno reso possibile e reciprocamente conveniente l’interscambio. «Da Finmeccanica a Eni, da Merloni a Calzedonia, da Pirelli a Ferrero, i britannici vogliono da noi quello che ci considerano bravi a fare: vestiti, cibo, auto sportive, mobili, elettrodomestici e birra (sì, persino quella). Collaborano con l’Italia nel campo dell’energia, della difesa e della ricerca spaziale. Noi importiamo da loro farmaci, automobili, hi-tech, whisky, servizi finanziari, tecnologie per l’energia rinnovabile», spiega Vittorio Sabadin, grande esperto di Regno Unito e autore di una bella biografia su Elisabetta II. 
Le esportazioni italiane nei confronti della Gran Bretagna sono pari all’1,6% del Pil e gli investimenti finanziari addirittura al 13,2% del Pil, mentre gli investimenti diretti non superano lo 0,6% del Pil. Una volta fuori dalla Ue, Londra dovrebbe negoziare con Bruxelles un accordo di libero scambio sul modello dell’intesa bilaterale con la Svizzera, del rapporto con l’unione doganale turca o con la World Trade Organization. 
Nella peggiore delle ipotesi, non si dovesse trovare alcun accordo, l’Unione Euoropea potrebbe imporre tariffe punitive sui beni del Regno Unito e viceversa.
Per un’azienda italiana che ha una filiale a Londra, le conseguenze fiscali andrebbero valutate caso per caso, tuttavia il Regno Unito continuerebbe a beneficiare dei trattati contro le doppie imposizioni e ne sarebbe vincolato: è probabile che un’uscita dalla Unione europea non avrebbe alcun effetto. La Brexit potrebbe influire però sui contratti, il cui oggetto dipende da una particolare legislazione comunitaria.

IMMIGRATI ITALIANI – In Gran Bretagna vivono quasi 600 mila italiani, la metà dei quali a Londra. Che cosa cambierà per loro nel caso di una vittoria dei favorevoli all’uscita della Gran Bretagna? Se la Brexit causerà la perdita di molti posti di lavoro (un milione per gli ottimisti, tre per i pessimisti), anche decine di migliaia di italiani faranno ritorno a casa. Quelli che resteranno dovranno chiedere un permesso di soggiorno e un permesso di lavoro e lo stesso bisognerà fare con i circa 20mila britannici che vivono in Italia. Londra non sarà più la destinazione preferita dei ragazzi che hanno due lauree e cercano un ‘job’ per pagarsi un master: dovranno fare la coda al controllo passaporti e sottoporsi alla trafila burocratica.
In più, la condizione degli studenti italiani cambierebbe completamente. Oggi pagano le stesse tasse di iscrizione universitaria degli studenti inglesi, hanno diritto di ottenere un prestito per studenti del Regno Unito (per un importo massimo di 9mila sterline all’anno) e hanno accesso all’assistenza sanitaria gratuita. Se invece vincesse la Brexit, secondo l’avvocato Martin Pugsley, dello studio legale Delfino Willkie Farr & Gallagher, uno studente italiano dovrebbe pagare le tasse universitarie per gli studenti internazionali, che nel caso di Medicina possono arrivare fino a 36.600 sterline all’anno, perderebbe il diritto ai prestiti studenteschi e anche l’assistenza sanitaria gratuita.
Per un italiano che vive e lavora a Londra, sarebbe un danno ancora più grave: il suo diritto a possedere un appartamento verrebbe pregiudicato e il riconoscimento del suo titolo professionale non sarebbe automatico. Chi invece non stesse già lavorando in Gran Bretagna al momento della Brexit, ma avesse pianificato di farlo a breve, dovrebbe fare domanda per un visto di lavoro.

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