25 Dicembre Dic 2016 17 00 17:00 La Brexit e quel cavillo per restare nel mercato unico Oltre al Trattato di Lisbona c'è quello sullo Spazio economico europeo. Che include Paesi extra Ue e ha una sua procedura di recesso. Così Londra potrebbe salvare gli affari con Bruxelles.

A sei mesi dalla vittoria del leave al referendum, l’incertezza sull’iter della Brexit produce effetti collaterali politici ed economici. Con altri governi del Regno di sua maestà che elaborano piani B autonomi per tutelare i propri interessi e i businessman della City che non dormono sonni tranquilli.

ANSIA DA BREXIT. Lo scorso 19 dicembre la premier scozzese Nicola Sturgeon ha annunciato sul Financial Times un piano per consentire a Edimburgo di restare in ogni caso all’interno del mercato unico. Pochi giorni prima un report della Camera dei Lord aveva messo nero su bianco un monito che suona come un invito a “fare presto”: le istituzioni finanziarie londinesi devono elaborare strategie ad hoc prima della fine dei negoziati, pena la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro.

A RISCHIO 200 MILA POSIZIONI. Uno studio di Ernst&Young, commissionato dal London Stock Exchange, ha quantificato addirittura in 200 mila le posizioni a rischio. Circa 50 miliardi di sterline ogni anno, ha riportato il Guardian, arrivano nella City grazie ad affari con il resto d’Europa, soprattutto nel mondo bancario ma anche nelle infrastrutture, nell’asset management, nelle assicurazioni. Che fare con le società di servizi finanziari registrate a Londra che vendono i loro prodotti in tutta Europa? L’invito, per ora, è a stipulare accordi di transizione per tamponare danni e fronteggiare l’impasse dall’attivazione dell’articolo 50 in poi.

LA SOLUZIONE OLTRE LISBONA. Il nodo centrale resta il mercato unico. E non tutti sono convinti che la soluzione passi per forza per l’ormai famosa norma del Trattato di Lisbona. Gavin Barrett, esperto di diritto costituzionale europeo all’Università di Dublino, ha scritto su The Conversation che un punto giuridico centrale sta nell’articolo 127 dell’accordo sullo Spazio economico europeo (See). Se il Regno Unito è nel mercato unico – è il ragionamento di Barrett – non è solo per l’adesione all’Ue, ma anche perché rientra nel See. Che fu istituito nel 1994 proprio per estendere le regole di mercato vigenti tra gli Stati membri anche ai Paesi che non sono nell’Unione ma fanno parte dell’Efta (European free trade association), come Norvegia, Liechtenstein e Islanda. «I britannici hanno votato per uscire dall’Ue, non dal mercato unico», fa notare Barrett. La domanda diventa, quindi: la Brexit comporta anche l’automatica uscita dal See? Finora il governo inglese sembra dare per scontato che la risposta non possa che essere affermativa, ma la posizione non è incontrovertibile. «La legge non è chiara in proposito», sottolinea lo studioso, e se si ritiene che l’uscita dallo spazio economico europeo non sia automatica, allora per avviarla bisogna attivare l’art. 127 del trattato istitutivo (una procedura di 12 mesi).

IL NODO DEL VOTO PARLAMENTARE. Un chiarimento interpretativo arriverà con l’attesa decisione della Suprema Corte sulla necessità o meno di un voto del parlamento inglese per attivare l’articolo 50 del Trattato Ue. Se i giudici diranno che serve il placet di Westminster, allora un analogo ok delle due camere dovrebbe ritenersi necessario anche anche per attivare l’articolo 127. «E qui», conclude Barrett, «c’è il trucco: i parlamentari potrebbero votare no, sostenendo che il referendum non era sul mercato unico». La libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone del Regno Unito con il resto d’Europa potrebbe dunque essere salva.

Questo articolo è tratto dal nuovo numero di pagina99, ‘2017 l’anno degli autocrati’, in edicola, in digitale e in abbonamento dal 22 dicembre.

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